La solennità della Dedicazione della Cattedrale diventa quest’anno anche una grande festa di gratitudine per i sessant’anni di ordinazione sacerdotale del vescovo emerito Mario Ceccobelli. Nell’omelia il ricordo della vocazione e dei tredici anni trascorsi a Gubbio, fino alla richiesta di perdono rivolta alla Chiesa eugubina. Il vescovo Luciano: «Per custodire il dono più grande della Chiesa, che è la comunione, bisogna saper chiedere perdono».
La Festa della Diocesi diventa un incontro tra memoria, gratitudine e comunione. La Chiesa eugubina celebra domenica 20 settembre la solennità della Dedicazione della Chiesa Cattedrale e si stringe attorno al vescovo emerito Mario Ceccobelli, tornato a Gubbio per condividere con la comunità diocesana la gioia dei suoi sessant’anni di ordinazione sacerdotale.
È il vescovo mons. Luciano Paolucci Bedini, all’inizio dell’omelia, a lasciare la parola al predecessore. «La bellezza che oggi don Mario è qui con noi per festeggiare i suoi 60 anni di sacerdozio – sottolinea – si incontra bene con questa festa che continuiamo a dire Festa della Diocesi, festa della nostra Chiesa, di cui don Mario è pastore emerito, ma che continua ad accompagnarci anche con la sua preghiera».
Per mons. Ceccobelli prendere la parola proprio in Cattedrale assume un significato particolare. È qui che torna con la memoria ai quasi tredici anni vissuti alla guida della Diocesi. «Questa è la ‘sala bella’ della nostra comunità diocesana», dice guardando alla Cattedrale come alla “casa comune” nella quale, lungo le generazioni, il popolo eugubino si raccoglie attorno al proprio vescovo.
Sessant’anni di sacerdozio racchiusi in una parola: «Grazie»
Il racconto del vescovo emerito Mario parte da una parola che attraversa tutta la rilettura della propria storia: gratitudine. «Nel giorno dei 60 anni del mio sacerdozio cerco di rivisitare la mia vita e non trovo che una parola: grazie. Tutto ho ricevuto».
Il grazie è rivolto a Dio, «creatore», a Gesù «redentore» e alla Chiesa che lo ha aiutato a riconoscere e seguire la vocazione. Il vescovo emerito torna così al giorno dell’ordinazione presbiterale e al significato che da allora accompagna il suo ministero: essere servitore di Cristo e amministratore dei misteri di Dio, strumento del suo amore misericordioso.
Tra i ricordi più personali emerge quello del padre, che inizialmente non accetta la sua scelta di entrare in seminario e impiega anni per riconciliarsi con la vocazione del figlio. A illuminare quella vicenda è un’immagine consegnata al giovane sacerdote dall’arcivescovo della Chiesa perugina Raffaele Baratta nel giorno dell’ordinazione: «La vostra vita sia un profumo che rallegri il popolo di Dio». Quel “profumo”, racconta mons. Ceccobelli, arriva infine anche al padre, rendendo possibile il ricongiungimento dopo un lungo periodo di sofferta separazione.
«Niente chiedere e niente rifiutare»
Un’altra consegna accompagna i sessant’anni di ministero di don Mario. A rivolgergliela è il padre spirituale, mons. Antonio Fedeli: essere uomo della Chiesa, responsabile delle proprie parole e dei propri gesti, obbediente al vescovo. E soprattutto: «Non chiedere nulla e non rifiutare nulla».
Sono parole che tornano decisive quando arriva la chiamata all’episcopato. Mons. Ceccobelli ricorda anche con un sorriso quella domenica del dicembre 2004 nella quale il nunzio apostolico lo convoca a Roma mentre si prepara a celebrare la Messa. La richiesta di una risposta arriva rapidamente. Davanti a una missione mai cercata, riaffiora la consegna ricevuta anni prima: «Niente chiedere e niente rifiutare».
Comincia così il legame episcopale con Gubbio. Una storia che il vescovo emerito rilegge senza nascondere difficoltà e fragilità: «Non mi sono mancati momenti di crisi, ma non mi sono mai sentito abbandonato dal Signore», afferma, riconoscendone la presenza nel perdono e nell’aiuto ricevuto lungo il cammino.
La richiesta alla Chiesa di Gubbio: «Perdonatemi il male commesso»
È però nella seconda parte dell’omelia che il ritorno in Cattedrale assume il significato più intenso. Mons. Ceccobelli confida di aver custodito un desiderio: poter parlare ancora una volta direttamente alla Chiesa eugubina nel luogo che ne rappresenta visibilmente l’unità.
E la parola scelta non è quella di un bilancio celebrativo, ma una richiesta di perdono.
«Perdonatemi il male commesso facendo il vescovo per 13 anni in mezzo a voi», dice. Non il riconoscimento di un male voluto, precisa, ma la consapevolezza che anche scelte compiute pensando di perseguire il bene possono rivelare limiti ed errori: «Potevo consultarmi di più, potevo riflettere di più, potevo pregare di più».
Da qui una richiesta che diventa anche gesto di comunione: «Per questo sono venuto volentieri oggi per dire alla Chiesa eugubina: perdonami i miei peccati, come anch’io perdono i tuoi peccati». E infine il grazie al successore: «Grazie Luciano, vescovo, mio successore, che mi hai dato questa opportunità di dire una parola che mi premeva molto».
Il vescovo Luciano: «Per servire bisogna amare la Chiesa»
È proprio da queste parole che mons. Paolucci Bedini riparte al termine della celebrazione. Il vescovo Luciano ricorda un messaggio ricevuto da don Mario quando viene nominato alla guida della Diocesi di Gubbio: «Qui c’è una bella sposa che ti attende».
Una frase rimasta nel cuore del successore: «In quella mail, Mario, tu mi hai insegnato che per servire bisogna amare la Chiesa e io dovevo imparare ad amare questa Chiesa».
Ma dalla celebrazione dei sessant’anni di sacerdozio del vescovo Mario arriva per mons. Paolucci Bedini un’altra consegna: «Oggi la cosa ancora più bella e più grande che hai insegnato a me e a noi è che, per custodire il dono più grande della Chiesa che è la comunione, bisogna saper chiedere perdono».
Parole che danno alla Festa della Diocesi un significato che va oltre la ricorrenza: la Cattedrale, segno visibile della Chiesa locale, diventa il luogo nel quale due vescovi, uniti da stagioni diverse del ministero episcopale a Gubbio, indicano nella comunione, nell’amore alla Chiesa e nel perdono una strada da continuare a percorrere.
Un dono francescano nel ricordo di Giampietro Rampini
A rendere visibile l’affetto della comunità diocesana è infine il dono consegnato a mons. Ceccobelli. A presentarlo è il vicario generale don Mirko Orsini: una ceramica a tema francescano realizzata da Giulia Rampini della bottega omonima.
La scelta intreccia diversi fili cari alla storia e alla sensibilità del vescovo emerito. Il soggetto francescano richiama gli 800 anni dalla morte di san Francesco e il cammino da Assisi a Gubbio, percorso tante volte anche da mons. Ceccobelli con l’iniziativa annuale del Sentiero di Francesco, che lui stesso a creato nel 2009. Un itinerario che, ricorda don Mirko, rimanda alla conversione del Poverello e alla chiamata di ogni cristiano a «vestirsi dell’abito nuovo» per vivere nel Signore.
Ma il dono porta con sé anche un legame profondamente personale. L’opera nasce infatti dalla Bottega Rampini, oggi portata avanti da Giulia, nel solco dell’arte e dei messaggi del padre Giampietro Rampini, scomparso nell’aprile 2023 e al quale mons. Ceccobelli era particolarmente legato. «Abbiamo voluto unire anche questo – spiega don Mirko – proprio perché sia un pensiero che ricordi l’episcopato, la sua missione e le persone che le hanno voluto bene».
Un dono che chiude idealmente il cerchio della celebrazione: Francesco e Gubbio, il ministero episcopale e le amicizie nate negli anni, la memoria e la gratitudine. E soprattutto l’abbraccio di una Chiesa che, nella festa della propria Cattedrale, ritrova uno dei suoi pastori e con lui rende grazie per sessant’anni di sacerdozio.


