Camminare insieme per la Formazione alla Vita e alla Fede

 

per la Formazione alla Vita e alla Fede

 

  • Formazione e Vita: Come possiamo favorire le opportunità di formazione alla vita e alla fede, per tutti e, inoltre, quali azioni possiamo intraprendere per aiutarli a scoprire il dono della fede e integrarla nella vita quotidiana?

RISPONDI ALLA DOMANDA COMPILANDO IL FORM SOTTOSTANTE.

 

INTRODUZIONE:

È impressione comune, e anche preoccupazione condivisa, che il processo educativo metta anche in discussione dinamiche fino a poco tempo fa efficaci e familiari. Molti fattori culturali incidono in questa situazione. Il senso di fatica, epocale e generalizzata, si accompagna al desiderio di un rinnovato impegno e di una rinnovata competenza nella questione formativa. Da sempre le comunità cristiane riconoscono la necessità di educare alla vita di fede, di formare alla vita cristiana, di curare le specifiche vocazioni, di sostenere l’esercizio dei singoli ministeri. Questo impegno educativo e formativo ha bisogno di nuovo slancio e di specifiche attenzioni: richiede anche il coraggio di compiere scelte innovative.

 

Coloro che esercitano un ministero e vivono una specifica vocazione necessitano e spesso chiedono una formazione significativa e un adeguato accompagnamento. Con rispetto e chiarezza si segnala il bisogno di prendersi cura dell’ “umano” delle guide della Chiesa. La preoccupazione dei preti e per i preti è generalizzata e accorata. Chi educa a nome della Chiesa deve essere aiutati a coltivare costantemente la propria umanità e la propria fede, perché sappia esercitare l’ascolto, l’accoglienza, la dedizione gratuita, la carità pastorale. È diffusa la convinzione che sia necessaria una diversa formazione iniziale al presbiterato e al diaconato permanente nella prospettiva della sinodalità e della corresponsabilità. Serve una formazione nuova per esercitare il ministero ordinato in tempi nuovi. Emerge inoltre il desiderio di una formazione che contribuisca a riassorbire quella separazione che spesso viene percepita fra laici e preti, così determinante per buone relazioni nella Chiesa. Ci si chiede se una formazione comune tra laici e presbiteri, attraverso esperienze condivise, non permetterebbe la maturazione di una prossimità umana di cui gioverebbe tutta la vita di Chiesa.

È diffuso il bisogno di intensificare la centralità della Parola di Dio nell’educazione alla fede e nella formazione alla vita cristiana. Si riconosce che nei decenni postconciliari essa è diventata più familiare alla vita della Chiesa. Si percepisce però che ci sono ancora molti passi da fare perché tale familiarità non si riduca a un semplice biblicismo e perché la Scrittura possa occupare il posto della “lingua madre” della fede comune: per ispirare la catechesi che introduca alla fede come incontro esistenziale, la pratica della Lectio, la realizzazione di gruppi biblici, diffusi anche sul territorio (come il “vangelo nelle case”). È emersa più volte l’opinione che la catechesi biblica, nelle sue diverse forme, possa costituire la forma più efficace di “catechesi degli adulti”.

 

È convinzione comune, spesso ripetuta, che la vita di fede non discende semplicemente dalla ricezione di contenuti catechistici. Si sente un grandissimo bisogno di accompagnamento. La fede, come la vita, è un processo continuo nel quale niente è mai acquisito una volta per tutte. Ci si aspetta la formazione di persone, presbiteri, religiose e religiosi, laiche e laici capaci di esercitare l’arte dell’accompagnamento spirituale. La personalizzazione dei cammini di fede è una dimensione appartenente alla fede stessa, che si plasma sulla vita, con tutte le sue dinamiche e i suoi alti e bassi, con i suoi momenti di svolta e di decisione, di dolore e di gioia. Anche l’accompagnamento “personalizzato” delle coppie, prima e dopo il matrimonio, è segnalato come la forma più incisiva di pastorale familiare e come servizio che le coppie stesse, adeguatamente scelte e preparate, possono svolgere verso altre coppie.

 

Si sente ormai inefficace quel modello formativo che agisce solo nella prospettiva dei sacramenti, magari destinati ai ragazzi. È percezione comune che la vita cristiana può essere assunta solo nella continuità delle diverse età della vita e in relazione a condizioni esistenziali sempre personali. Questo riguarda soprattutto i giovani, ma anche gli adulti. Si avverte l’urgenza di lasciarsi interpellare dalle giovani generazioni. Si sente necessità di superare l’infantilizzazione della formazione cristiana. Si tratterebbe di uscire dal modello “scolastico” della formazione catechistica (tenendo conto, tra l’altro, che la scuola stessa si è metodologicamente evoluta), per attivare proposte più attente ai contenuti essenziali e alla ricchezza dei linguaggi, dove le diverse dimensioni della persona e della vita cristiana sono prese in considerazione, dove anche le famiglie che in qualche misura si lasciano coinvolgere, sono accompagnate, dove il catechismo non sia solo dottrina, ma sia un vero cammino di introduzione all’esperienza cristiana integrale (“iniziazione cristiana”) sul modello del catecumenato.

 

Per rendere efficace l’azione educativa si ritengono importanti i contesti umani e culturali si svolge tale azione: scuole, oratori, associazioni, movimenti, ecc. Spesso è in questi contesti che realizzano le condizioni per un incontro autentico con l’appartenenza credente e la formazione cristiana, laddove il tessuto parrocchiale talora non riesce a essere efficace. Questi diversi contesti meritano un’attenzione specifica.

 

Oggi la fede è in crisi e questo ci invita a metterci in prospettiva missionaria, ad uno slancio missionario nuovo su cui investire (pensiamo pure a chi si interroga, ai ricomincianti, a chi vive inizi di fede).

Secolarizzazione, pluralismo religioso, estensione di povertà e diseguaglianze, flussi emigratori, crisi ecologica sono elementi di una situazione che rendono difficile e diversificato il cammino della fede.

Se consideriamo le diverse posizioni e sensibilità delle persone oggi riguardo alla fede cristiana dobbiamo fare attenzione a rendere loro accessibile la sorgente della fede, dentro la vita quotidiana Noi dobbiamo allargare lo sguardo sulle esperienze che contengono tracce della Trascendenza, del mistero dell’uomo e di Dio, e che anticipano il passaggio dovuto alla grazia, al dono di Dio. Questo secondo passaggio non è per sé necessario, è dono gratuito di Cristo, è grazia dello Spirito che solo può condurre gratuitamente alla fede cristiana.

 

 

 

Dal Libro dei Proverbi 1, 2-33

2per conoscere la sapienza e l’istruzione,

per capire i detti intelligenti,

3per acquistare una saggia educazione,

equità, giustizia e rettitudine,

4per rendere accorti gli inesperti

e dare ai giovani conoscenza e riflessione.

5Il saggio ascolti e accrescerà il sapere,

e chi è avveduto acquisterà destrezza,

6per comprendere proverbi e allegorie,

le massime dei saggi e i loro enigmi.

7Il timore del Signore è principio della scienza;

gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione.

8Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo padre

e non disprezzare l’insegnamento di tua madre,

9perché saranno corona graziosa sul tuo capo

e monili per il tuo collo.

10Figlio mio, se i malvagi ti vogliono sedurre,

tu non acconsentire!

11Se ti dicono: “Vieni con noi,

complottiamo per spargere sangue,

insidiamo senza motivo l’innocente,

12inghiottiamoli vivi come fa il regno dei morti,

interi, come coloro che scendono nella fossa;

13troveremo ogni specie di beni preziosi,

riempiremo di bottino le nostre case,

14tu tirerai a sorte la tua parte insieme con noi,

una sola borsa avremo in comune”,

15figlio mio, non andare per la loro strada,

tieniti lontano dai loro sentieri!

16I loro passi infatti corrono verso il male

e si affrettano a spargere sangue.

17Invano si tende la rete

sotto gli occhi di ogni sorta di uccelli.

18Ma costoro complottano contro il proprio sangue,

pongono agguati contro se stessi.

19Tale è la fine di chi è avido di guadagno;

la cupidigia toglie di mezzo colui che ne è dominato.

20La sapienza grida per le strade,

nelle piazze fa udire la voce;

21nei clamori della città essa chiama,

pronuncia i suoi detti alle porte della città:

22″Fino a quando, o inesperti, amerete l’inesperienza

e gli spavaldi si compiaceranno delle loro spavalderie

e gli stolti avranno in odio la scienza?

23Tornate alle mie esortazioni:

ecco, io effonderò il mio spirito su di voi

e vi manifesterò le mie parole.

24Perché vi ho chiamati ma avete rifiutato,

ho steso la mano e nessuno se ne è accorto.

25Avete trascurato ogni mio consiglio

e i miei rimproveri non li avete accolti;

26anch’io riderò delle vostre sventure,

mi farò beffe quando su di voi verrà la paura,

27quando come una tempesta vi piomberà addosso il terrore,

quando la disgrazia vi raggiungerà come un uragano,

quando vi colpiranno angoscia e tribolazione.

28Allora mi invocheranno, ma io non risponderò,

mi cercheranno, ma non mi troveranno.

29Perché hanno odiato la sapienza

e non hanno preferito il timore del Signore,

30non hanno accettato il mio consiglio

e hanno disprezzato ogni mio rimprovero;

31mangeranno perciò il frutto della loro condotta

e si sazieranno delle loro trame.

32Sì, lo smarrimento degli inesperti li ucciderà

e la spensieratezza degli sciocchi li farà perire;

33ma chi ascolta me vivrà in pace

e sarà sicuro senza temere alcun male”.

 

 

Dalla 1 lettera di Giovanni 1, 1-10

1 Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – 2la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, 3quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

5Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. 6Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. 7Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.

8Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. 9Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 10Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.

 

FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 24 Novembre 2013, nn. 119-121.127-131. 164-165.

 

n.119. In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza96. Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione.

 

n.120. In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?

 

n.121. Certamente tutti noi siamo chiamati a crescere come evangelizzatori. Al tempo stesso ci adoperiamo per una migliore formazione, un approfondimento del nostro amore e una più chiara testimonianza del Vangelo. In questo senso, tutti dobbiamo lasciare che gli altri ci evangelizzino costantemente; questo però non significa che dobbiamo rinunciare alla missione evangelizzatrice, ma piuttosto trovare il modo di comunicare Gesù che corrisponda alla situazione in cui ci troviamo. In ogni caso, tutti siamo chiamati ad offrire agli altri la testimonianza esplicita dell’amore salvifico del Signore, che al di là delle nostre imperfezioni ci offre la sua vicinanza, la sua Parola, la sua forza, e dà senso alla nostra vita. Il tuo cuore sa che la vita non è la stessa senza di Lui, dunque quello che hai scoperto, quello che ti aiuta a vivere e che ti dà speranza, quello è ciò che devi comunicare agli altri. La nostra imperfezione non dev’essere una scusa; al contrario, la missione è uno stimolo costante per non adagiarsi nella mediocrità e per continuare a crescere. La testimonianza di fede che ogni cristiano è chiamato ad offrire, implica affermare come san Paolo: «Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla … corro verso la mèta» (Fil 3,12-13).

 

n.127. Ora che la Chiesa desidera vivere un profondo rinnovamento missionario, c’è una forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. E’ la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa. Essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada.

 

n.128. In questa predicazione, sempre rispettosa e gentile, il primo momento consiste in un dialogo personale, in cui l’altra persona si esprime e condivide le sue gioie, le sue speranze, le preoccupazioni per i suoi cari e tante cose che riempiono il suo cuore. Solo dopo tale conversazione è possibile presentare la Parola, sia con la lettura di qualche passo della Scrittura o in modo narrativo, ma sempre ricordando l’annuncio fondamentale: l’amore personale di Dio che si è fatto uomo, ha dato sé stesso per noi e, vivente, offre la sua salvezza e la sua amicizia. E’ l’annuncio che si condivide con un atteggiamento umile e testimoniale di chi sa sempre imparare, con la consapevolezza che il messaggio è tanto ricco e tanto profondo che ci supera sempre. A volte si esprime in maniera più diretta, altre volte attraverso una testimonianza personale, un racconto, un gesto, o la forma che lo stesso Spirito Santo può suscitare in una circostanza concreta. Se sembra prudente e se vi sono le condizioni, è bene che questo incontro fraterno e missionario si concluda con una breve preghiera, che si colleghi alle preoccupazioni che la persona ha manifestato. Così, essa sentirà più chiaramente di essere stata ascoltata e interpretata, che la sua situazione è stata posta nelle mani di Dio, e riconoscerà che la Parola di Dio parla realmente alla sua esistenza.

 

n.129. Non si deve pensare che l’annuncio evangelico sia da trasmettere sempre con determinate formule stabilite, o con parole precise che esprimano un contenuto assolutamente invariabile. Si trasmette in forme così diverse che sarebbe impossibile descriverle o catalogarle, e nelle quali il Popolo di Dio, con i suoi innumerevoli gesti e segni, è soggetto collettivo. Di conseguenza, se il Vangelo si è incarnato in una cultura, non si comunica più solamente attraverso l’annuncio da persona a persona. Questo deve farci pensare che, in quei Paesi dove il cristianesimo è minoranza, oltre ad incoraggiare ciascun battezzato ad annunciare il Vangelo, le Chiese particolari devono promuovere attivamente forme, almeno iniziali, di inculturazione. Ciò a cui si deve tendere, in definitiva, è che la predicazione del Vangelo, espressa con categorie proprie della cultura dove è annunciato, provochi una nuova sintesi con tale cultura. Benché questi processi siano sempre lenti, a volte la paura ci paralizza troppo. Se consentiamo ai dubbi e ai timori di soffocare qualsiasi audacia, può accadere che, al posto di essere creativi, semplicemente noi restiamo comodi senza provocare alcun avanzamento e, in tal caso, non saremo partecipi di processi storici con la nostra cooperazione, ma semplicemente spettatori di una sterile stagnazione della Chiesa. Carismi al servizio della comunione evangelizzatrice

 

n.130. Lo Spirito Santo arricchisce tutta la Chiesa che evangelizza anche con diversi carismi. Essi sono doni per rinnovare ed edificare la Chiesa108. Non sono un patrimonio chiuso, consegnato ad un gruppo perché lo custodisca; piuttosto si tratta di regali dello Spirito integrati nel corpo ecclesiale, attratti verso il centro che è Cristo, da dove si incanalano in una spinta evangelizzatrice. Un chiaro segno dell’autenticità di un carisma è la sua ecclesialità, la sua capacità di integrarsi armonicamente nella vita del Popolo santo di Dio per il bene di tutti. Un’autentica novità suscitata dallo Spirito non ha bisogno di gettare ombre sopra altre spiritualità e doni per affermare se stessa. Quanto più un carisma volgerà il suo sguardo al cuore del Vangelo, tanto più il suo esercizio sarà ecclesiale. E’ nella comunione, anche se costa fatica, che un carisma si rivela autenticamente e misteriosamente fecondo. Se vive questa sfida, la Chiesa può essere un modello per la pace nel mondo.

 

n.131. Le differenze tra le persone e le comunità a volte sono fastidiose, ma lo Spirito Santo, che suscita questa diversità, può trarre da tutto qualcosa di buono e trasformarlo in dinamismo evangelizzatore che agisce per attrazione. La diversità dev’essere sempre riconciliata con l’aiuto dello Spirito Santo; solo Lui può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e, al tempo stesso, realizzare l’unità. Invece, quando siamo noi che pretendiamo la diversità e ci rinchiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, provochiamo la divisione e, d’altra parte, quando siamo noi che vogliamo costruire l’unità con i nostri piani umani, finiamo per imporre l’uniformità, l’omologazione. Questo non aiuta la missione della Chiesa.

 

n.164. Abbiamo riscoperto che anche nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale. Il kerygma è trinitario. È il fuoco dello Spirito che si dona sotto forma di lingue e ci fa credere in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione ci rivela e ci comunica l’infinita misericordia del Padre. Sulla bocca del catechista torna sempre a risuonare il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”. Quando diciamo che questo annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti. Per questo anche « il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato».

 

n.165. Non si deve pensare che nella catechesi il kerygma venga abbandonato a favore di una formazione che si presupporrebbe essere più “solida”. Non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio. Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio, che mai smette di illuminare l’impegno catechistico, e che permette di comprendere adeguatamente il significato di qualunque tema che si sviluppa nella catechesi. È l’annuncio che risponde all’anelito d’infinito che c’è in ogni cuore umano. La centralità del kerygma richiede alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche. Questo esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna”.

 

 

 

PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE, Direttorio per la Catechesi, 2020, nn. 19-21. 79. 198-199

 

  1. 18. La fede cristiana è, innanzitutto, accoglienza dell’amore di Dio rivelatosi in Gesù Cristo, adesione sincera alla sua persona e decisione libera di camminare alla sua sequela. Questo sì a Gesù Cristo racchiude in sé due dimensioni: il fiducioso abbandono in Dio (fides qua) e l’amorevole assenso a tutto ciò che Egli ci ha rivelato (fides quae). […] Il credere comporta, quindi, una duplice adesione: «alla persona e alla verità; alla verità per la fiducia che si accorda alla persona che l’afferma» e alla persona perché essa stessa è la verità attestata. È una adesione del cuore, della mente e dell’agire.

 

  1. 19. La fede è un dono di Dio e una virtù soprannaturale, che può nascere nell’intimo come frutto della grazia e come risposta libera allo Spirito Santo, che muove il cuore alla conversione e lo rivolge a Dio, dandogli «dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (DV 5). […]

 

  1. 20. La fede implica una trasformazione esistenziale profonda operata dallo Spirito, una metànoia che «si manifesta a tutti i livelli dell’esistenza del cristiano: nella sua vita interiore di adorazione e accoglienza della volontà divina; nella sua partecipazione attiva alla missione della Chiesa; nella sua vita matrimoniale e familiare; nell’esercizio della vita professionale; nell’adempimento delle attività economiche e sociali». Il credente, accettando il dono della fede, «è trasformato in una creatura nuova, riceve un nuovo essere, un essere filiale, diventa figlio nel Figlio».

 

  1. 21 La fede è certamente un atto personale e, tuttavia, non è una scelta individuale e privata; ha un carattere relazionale e comunitario. Il cristiano nasce dal seno materno della Chiesa; la sua fede è una partecipazione alla fede ecclesiale che sempre lo precede”.

 

 

  1. 79. La fede, … esige di essere conosciuta, celebrata, vissuta e fatta preghiera. Per formare ad una vita cristiana integrale, la catechesi persegue dunque i seguenti compiti: conduce alla conoscenza della fede; inizia alla celebrazione del Mistero; forma alla vita in Cristo; insegna a pregare e introduce alla vita comunitaria.

 

  1. 198. Gesù, nel suo annuncio del Regno, cerca, incontra e accoglie le persone nelle loro concrete situazioni di vita. Anche nel suo insegnamento, parte dall’osservazione di eventi della vita e della storia, che rilegge in ottica sapienziale. L’assunzione dell’esperienza da parte di Gesù ha qualcosa di spontaneo che traspare soprattutto nelle parabole. […]

 

  1. 199. La catechesi, sull’esempio di Gesù, aiuta a illuminare e interpretare le esperienze della vita alla luce del Vangelo. L’uomo contemporaneo vive situazioni frammentarie di cui egli stesso fa fatica a cogliere il senso unitario. Questo può portare perfino a vivere in modo separato la fede che si professa e le esperienze umane che si vivono. La rilettura dell’esistenza con gli occhi della fede favorisce una sua visione sapienziale e integrale. Qualora la catechesi trascuri di correlare esperienze umane e messaggio rivelato, si cade nel pericolo di giustapposizioni artificiose o incomprensioni della verità”.

Nell’esperienza della fede c’è un dono che incontra una libertà consapevole, nasce nella persona fiducia in Dio, adesione alla verità (cuore, mente, azione), nuove scelte di vita, partecipazione ad un noi comunitario, e ne scaturisce illuminazione e interpretazione delle esperienze di vita esprimibili nel grappolo: vita, morte, amore, lavoro.

 

 

XVI ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

Relazione di Sintesi, UNA CHIESA SINODALE IN MISSIONE, 2023

Entrare in una comunità di fede: l’iniziazione cristiana

 

Convergenze

  1. L’iniziazione cristiana è l’itinerario attraverso cui il Signore, mediante il ministero della Chiesa, ci introduce nella fede pasquale e ci inserisce nella comunione trinitaria ed ecclesiale. Tale itinerario conosce una significativa varietà di forme a seconda dell’età in cui viene intrapreso e delle diverse accentuazioni proprie delle tradizioni orientali e di quella occidentale. Tuttavia vi si intrecciano sempre l’ascolto della Parola e la conversione della vita, la celebrazione liturgica e l’inserimento nella comunità e nella sua missione. Proprio per questo il percorso catecumenale, con la gradualità delle sue tappe e dei suoi passaggi, è il paradigma di ogni camminare insieme ecclesiale.
  2. L’iniziazione pone a contatto con una grande varietà di vocazioni e di ministeri ecclesiali. In essi si esprime il volto materno di una Chiesa che insegna ai suoi figli a camminare camminando con loro. Li ascolta e, mentre risponde ai loro dubbi e alle loro domande, si arricchisce della novità che ogni persona porta in sé, con la sua storia, la sua lingua e la sua cultura. Nella pratica di questa azione pastorale la comunità cristiana sperimenta, spesso senza averne piena consapevolezza, la prima forma di sinodalità.
  3. Prima di ogni distinzione di carismi e di ministeri, «noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1Cor 12,13). Per questo, fra tutti i battezzati vi è un’autentica uguaglianza di dignità e una comune responsabilità per la missione, secondo la vocazione di ognuno. Per l’unzione dello Spirito, che «insegna ogni cosa» (1Gv 2,27), tutti i credenti possiedono un istinto per la verità del Vangelo, chiamato sensus fidei. Esso consiste in una certa connaturalità con le realtà divine e nell’attitudine a cogliere intuitivamente ciò che è conforme alla verità della fede. I processi sinodali valorizzano questo dono e consentono di verificare l’esistenza di quel consenso dei fedeli (consensus fidelium) che costituisce un criterio sicuro per determinare se una particolare dottrina o prassi appartengono alla fede apostolica.
  4. La Confermazione rende in qualche modo perenne nella Chiesa la grazia della Pentecoste. Essa arricchisce i fedeli con l’abbondanza dei doni dello Spirito e li chiama a sviluppare la propria vocazione specifica, radicata nella comune dignità battesimale, a servizio della missione. La sua importanza deve essere maggiormente evidenziata e posta in rapporto alla varietà di carismi e ministeri che disegnano il volto sinodale della Chiesa.
  5. La celebrazione dell’Eucaristia, soprattutto alla domenica, è la prima e fondamentale forma con cui il Santo Popolo di Dio si riunisce e si incontra. Dove essa non è possibile, la comunità, pur desiderandola, si raccoglie intorno alla celebrazione della Parola. Nell’Eucaristia celebriamo un mistero di grazia di cui non siamo gli artefici. Chiamandoci a partecipare del suo Corpo e del suo Sangue, il Signore ci rende un solo corpo tra di noi e con Lui. A partire dall’utilizzo che Paolo fa del termine koinonia (cfr. 1Cor 10,16-17), la tradizione cristiana ha custodito la parola “comunione” per indicare allo stesso tempo la piena partecipazione all’Eucaristia e la natura dei rapporti tra i fedeli e tra le Chiese. Mentre ci apre alla contemplazione della vita divina, fino alle profondità insondabili del mistero trinitario, questo termine ci rimanda alla quotidianità delle nostre relazioni: nei gesti più semplici con cui ci apriamo l’uno all’altro circola realmente il soffio dello Spirito. Per questo la comunione celebrata nell’Eucaristia e che da essa scaturisce configura e orienta i percorsi della sinodalità.

 

 

  1. Dall’Eucaristia impariamo ad articolare unità e diversità: unità della Chiesa e molteplicità delle comunità cristiane; unità del mistero sacramentale e varietà delle tradizioni liturgiche; unità della celebrazione e diversità delle vocazioni, dei carismi e dei ministeri. Nulla più dell’Eucaristia mostra che l’armonia creata dallo Spirito non è uniformità e che ogni dono ecclesiale è destinato all’edificazione comune.

 

 

Questioni da affrontare

  1. Il sacramento del Battesimo non può essere compreso in modo isolato, al di fuori della logica dell’iniziazione cristiana, né tanto meno in modo individualistico. Occorre dunque approfondire ulteriormente l’apporto alla comprensione della sinodalità che può provenire da una visione più unitaria dell’iniziazione cristiana.
  2. La maturazione del sensus fidei richiede non solo di aver ricevuto il Battesimo, ma anche di sviluppare la grazia del sacramento in una vita di autentico discepolato, che abiliti a discernere l’azione dello Spirito da ciò che è espressione del pensiero dominante, frutto di condizionamenti culturali o in ogni caso non coerente con il Vangelo. Si tratta di un tema da approfondire con un’adeguata riflessione teologica.
  3. La riflessione sulla sinodalità può offrire spunti di rinnovamento per la comprensione della Confermazione, con cui la grazia dello Spirito articola nell’armonia della Pentecoste la varietà dei doni e dei carismi. Alla luce delle diverse esperienze ecclesiali, va studiato il modo per rendere più fruttuosa la preparazione e la celebrazione di questo sacramento, così da risvegliare in tutti i fedeli la chiamata all’edificazione della comunità, alla missione nel mondo e alla testimonianza della fede.
  4. Sotto il profilo teologico pastorale è importante proseguire la ricerca sul modo in cui la logica catecumenale può illuminare altri percorsi pastorali, come quello della preparazione al matrimonio, o l’accompagnamento a scelte di impegno professionale e sociale, o la stessa formazione al ministero ordinato, in cui tutta la comunità ecclesiale deve essere coinvolta.

 

Proposte

  1. Se l’Eucaristia dà forma alla sinodalità, il primo passo da compiere è onorarne la grazia con uno stile celebrativo all’altezza del dono e con un’autentica fraternità. La liturgia celebrata con autenticità è la prima e fondamentale scuola di discepolato e di fraternità. Prima di ogni nostra iniziativa di formazione, dobbiamo lasciarci formare dalla sua potente bellezza e dalla nobile semplicità dei suoi gesti.
  2. Un secondo passo si riferisce all’esigenza, da più parti segnalata, di rendere il linguaggio liturgico più accessibile ai fedeli e più incarnato nella diversità delle culture. Senza mettere in discussione la continuità con la tradizione e la necessità della formazione liturgica, si sollecita una riflessione su questo tema e l’attribuzione di maggiore responsabilità alle Conferenze Episcopali, sulla linea del motu proprio Magnum principium.
  3. Un terzo passo consiste nell’impegno pastorale di valorizzare tutte le forme di preghiera comunitaria, senza limitarsi alla sola celebrazione della Messa. Altre espressioni della preghiera liturgica, come pure le pratiche della pietà popolare, in cui si rispecchia il genio delle culture locali, sono elementi di grande importanza per favorire il coinvolgimento di tutti i fedeli, per introdurre con gradualità nel mistero cristiano e per avvicinare all’incontro con il Signore chi ha meno familiarità con la Chiesa. Tra le forme della pietà popolare spicca in particolare la devozione mariana, per la sua capacità di sostenere e nutrire la fede di molti.

 

Approfondimento:

 

UNA CHIESA DI POPOLO:

IL SENSUS FIDEI COME PRINCIPIO NELL’EVANGELIZZAZIONE[1]

Dario VITALI

«Tutto il Popolo di Dio annuncia il Vangelo»

Naturalmente, l’esortazione non contiene un trattato sul sensus fidei, e sarebbe fuori luogo presumere di trovare anche solo accennate tutte le questioni connesse al tema. Piuttosto, lancia una sfida a porre le con- dizioni perché il Popolo di Dio possa diventare soggetto di evangeliz- zazione, e il sensus fidei la voce che fa risuonare il Vangelo.

Perché questo avvenga, il primo e più necessario passo è di dare la dovuta importanza al sensus fidei: a tutt’oggi, come si è visto, non solo la voce dei fedeli non è decisiva nelle «cose» di chiesa, ma nemmeno è stimata come forma di evangelizzazione quella predicazione informale tra persona e persona (cfr EG 127), che costituisce sempre il modello fondamentale della comunicazione della fede, come appare dal Van- gelo: «Venite e vedrete» (Gv 1,39)[2]. Si incontra qui uno dei punti di maggior resistenza all’effettivo superamento di quel modello clericale di chiesa, nel quale per secoli il diritto di parola – e non solo – è stato proprietà esclusiva di una classe, identificata tout court con la chiesa. Forse, più che di una volontà esplicita di escludere, si tratta di un ri- flesso condizionato, radicato in secoli di storia, dove il rapporto asim- metrico tra Ecclesia docens ed Ecclesia discens costituiva la regola della vita ecclesiale. Proprio questa mancanza di consapevolezza sull’im- portanza del sensus fidei dimostra quanto sia resistente una mentalità che non solo stenta a morire, ma che da più parti sembra riprendere vi- gore in un nuovo clericalismo.

Tuttavia, la difficoltà a riconoscere il sensus fidei non risiede unica- mente nella resistenza di una classe clericale (ma in questo campo non è meno resistente la teologia) a concedere diritto di parola al Popolo di Dio. La questione più difficile è individuare il soggetto del sensus fidei a cui attribuire un qualsiasi diritto di parola. In passato è stato il Magi- stero a determinare se e quando esistesse un consensus omnium fidelium tale da essere considerato voce della Tradizione. Dopo il Vaticano II, i tentativi di dare voce alla universitas fidelium da parte di un fronte del dissenso nella chiesa sono stati viziati da una lettura sociologica, che ha inteso il sensus fidei con i criteri dell’opinione pubblica[3]. Purtroppo, la mancata chiarezza su questo punto finisce inevitabilmente per determinare una incertezza anche nell’esercizio di una funzione di intelligenza della fede, che da sempre ha costituito una voce della Tradizione.

D’altronde, sul soggetto del sensus fidei si cade facilmente in due equi- voci. Il primo è di attribuire tale forma di conoscenza ai laici, identificati con la «gente» non formata e perciò incapace di esprimere una posizione consapevole e motivata in questioni di fede[4]. Invece, il sen sus fidei è capacità che appartiene a tutti i membri della chiesa, «dai ve- scovi fino agli ultimi fedeli laici», come recita LG 12 citando Agostino[5], in forza del dono dello Spirito nel battesimo. Ogni credente, quindi, è dotato di tale capacità, che si manifesta in proporzione alla sua crescita nella vita di fede. Questo perché lo Spirito, nella misura in cui è ac- colto, sviluppa in ogni cristiano una connaturalità con le «cose della fede», che lo rendono sempre più sicuro e profondo in quel giudizio complessivo su ciò che concerne la vita cristiana, giudizio che ovvia- mente non procede da argomentazioni teologiche ma dall’esperienza di fede. Da questa totalità non si possono escludere i membri della ge rarchia, per il fatto che esercitano il munus docendi: non perché svolgono una funzione, i pastori perdono una capacità che scaturisce dalla vita teologale; né per il fatto che tale capacità appartenga anche ai pa- stori, il sensus fidei di tutti i battezzati perde d’importanza. Piuttosto, risulta del tutto evidente che il Magistero della chiesa è una forma di servizio al Popolo di Dio, profondamente legata al sensus fidei[6]. Come a dire che il Magistero sarà tanto più autorevole ed efficace , quanto più saprà porsi prima di tutto in ascolto del Popolo di Dio e di «ciò che lo Spirito dice alla chiesa».

Il secondo è di non comprendere il carattere ecclesiale del sensus fidei. In altre parole, non sono i singoli battezzati il soggetto di questa fun- zione di intelligenza della fede, ma la chiesa stessa in quanto totalità dei battezzati. Se così non fosse, il consensus omnium fidelium sarebbe la somma delle opinioni dei singoli battezzati, e quindi un risultato rag- giunto attraverso i processi dell’opinione pubblica: l’opposto dalla na- tura del sensus fidei come voce della Tradizione! Certamente ogni battezzato è dotato di una capacità di pensare e dire cose sensate sulla fede che costituisce il fondamento e la trama della sua vita; ma questo non è ancora il sensus fidei come voce della chiesa; semmai ne è il presupposto che lo rende possibile. Infatti, lo Spirito santo conduce la chiesa alla verità tutta intera (cfr Gv 16,13), perché muove tutti i battezzati a quel «consenso universale in materia di fede e di morale» che non è espressione dei singoli, ma della universitas fidelium (cfr LG 12). Consenso che matura attraverso un processo complesso come è complessa la vita del Popolo di Dio: attraverso un cammino lento, con progressi e possibili involuzioni, con aperture e paure, con punti fermi ma anche esitazioni e dubbi, a seconda delle situazioni sociali e culturali in cui il Popolo di Dio si trova a vivere nella storia. In questo modo, re- cita DV 8, «la chiesa, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio» (DV 8).

Sta qui anche una delle più grandi difficoltà a dare rilevanza al sen-

sus fidei: come riconoscere, infatti, una qualsiasi capacità di esercitare una funzione ecclesiale a una moltitudine così eterogenea e vasta come la totalità dei battezzati? Dove è mai possibile che l’intero popolo, sparso su tutta la terra, si costituisca come soggetto unitario ben identificabile? Se questo non è possibile, si ritorna al punto di partenza sul- l’impossibilità che il sensus fidei costituisca una voce attiva nella vita della chiesa. Proprio su questo punto la Evangelii gaudium sembra offrire una via di soluzione interessante, quando parla dei «diversi po- poli nei quali è stato inculturato il Vangelo [come] soggetti attivi, operatori dell’evangelizzazione» (EG 122). Difficile non pensare a LG13, quando, descrivendo la cattolicità della chiesa, spiega che «l’unico popolo è presente in tutte le nazioni della terra». «In virtù di tale cat- tolicità – prosegue il testo – le singole parti portano doni alle altre parti e a tutta la chiesa», non solo per i diversi ordini che sviluppa nel corpo ecclesiale, ma per l’articolazione stessa della chiesa nel corpo delle Chiese. Infatti,

 

nella comunione ecclesiastica esistono legittimamente le Chiese partico- lari, le quali godono di proprie tradizioni, rimanendo integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale della carità, tutela le varietà legittime e insieme veglia affinché ciò che è parti- colare non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva.

 

Poiché nelle Chiese particolari «è presente e agisce la chiesa di Cri- sto una, santa, cattolica e apostolica» (CD 11), ogni portio Populi Dei unita al suo vescovo, attua e manifesta una forma peculiare del sensus fidei. In altre parole, ogni chiesa, incarnando in modo originale il Vangelo nella sua storia e cultura, è espressione autentica, per quanto non unica e non esaustiva, della fede cristiana, una nota di un accordo, il cui suono armonico è dato dall’armonia di tutte le voci e i timbri delle Chiese. Si tratta di quella sinfonia di tradizioni, ciascuna delle quali manifesta la ricchezza e fecondità della Tradizione[7]

 

 

LA FEDE NEL CAMMINO PERSONALE E NEL COMPITO MISSIONARIO:

https://www.diocesitn.it/wp-content/uploads/2022/09/Relazione-p.-Matteo-Giuliani.pdf

  1. Matteo Giuliani,

Formazione dei catechisti, Trento 28 settembre

L’educazione alla fede si deve intendere come intervento intenzionale affinché l’uomo faccia proprio un atteggiamento di fede che abbraccia tutta la sua vita. L’educazione alla fede non si pone come meta un aspetto parziale del dinamismo della fede quale la conoscenza della verità rivelata o l’acquisizione di condotte morali, ma tende a formare una personalità cristiana improntata al pensiero di Cristo e alla sua azione. Questa scelta si è resa necessaria a partire da una situazione socio-culturale in cui è venuta meno la fede sociologica (cioè identificata con la cultura e collegata con i meccanismi di trasmissione della stessa), e in cui l’essere cristiani non è un processo automatico ma frutto di scelta personale in un contesto culturale complesso.

Ecco come possono essere descritti i compiti della catechesi in ordine all’educazione alla fede:

Se la fede è dono:

va educato il desiderio di Dio, l’ascolto della Parola, lo stupore, l’invocazione, …

Se la fede è messaggio, accoglienza di una lieta notizia

va proposto il messaggio di salvezza in modo progressivo e adeguato all’età; la strada da scegliere è quella narrativa che abbraccia racconto di Gesù, del testimone e della vita

Se la fede è risposta vitale coerente

va sollecitata la conversione, il rivedere modi di vivere, l’abbandono del male, la maturazione di scelte e valori sempre più conformi a quelli di Cristo; in primo piano va posta la carità, la solidarietà effettiva con i poveri, il prendersi cura delle fragilità (EG 74)

si deve avviare alla coerenza di vita, ad impegni sempre più costanti, alla testimonianza nella chiesa e nel mondo in corrispondenza ai bisogni di oggi: umanizzare il mondo.

 

Se la fede è inserimento in una comunità:

sono da favorire i rapporti e la vita di gruppo; oggi che fa problema è il credere insieme messo in crisi dalla privatizzazione dell’esperienza religiosa, il credere senza Chiesa;

vanno offerte motivazioni cristiane allo stare insieme e va verificato il cammino alla luce della parola di Dio, e alimentato dal fatto che i catechisti agiscono come “gruppo”;

si deve abilitare a vivere la Chiesa come luogo di preghiera comunitaria e della liturgia;

si dovranno curare espressioni comunitarie condivisione della fede e di testimonianza.

 

Se la fede è luce sulla vita:

va curata la riflessione sulle esperienze di vita in modo che ne emergano gli interrogativi più profondi e vengano illuminati ed orientati dal vangelo.

 

A questo punto appare evidente che educare alla fede significa educare e promuovere l’uomo integrale nella direzione di Gesù Cristo.

controllore, tappabuchi, contabile legalista, amante del sacrificio) per collocare la misericordia di Dio padre e buon pastore al centro della proposta cristiana.

Va narrata la vita di Gesù radicata nella storia della salvezza, segnata da amore costoso per l’uomo che ha il suo vertice nella risurrezione e nei suoi significati. Il mistero pasquale è al centro della Buona Novella che si deve annunciare al mondo (CCC, 571). Al centro della catechesi quindi si ha una persona, Gesù morto e risorto, presente e attivo nella Chiesa e nel mondo, non relegato al passato ma oggi garanzia di identità cristiana solida (“figli della risurrezione”). Partecipato si traduce in via di conversione verso la Vita, germe di rinnovamento e speranza di un compimento definitivo.

 

Credo che la Chiesa deve prendersi carico anche della fede antropologica e accompagnare verso l’annuncio cristiano e l’adesione a Gesù Cristo. Possiamo pensare a parecchie persone che si incontrano nei luoghi della vita o che si rivolgono al Chiesa siano vicine a coloro che incontrarono Gesù senza attaccarsi in modo permanente a lui. La Chiesa non è chiamata a riconoscere la loro fede base, antropologica, ad apprezzarla, a celebrarvi un segno del Regno anche se non si tratta della fede del discepolo integrata in una comunità cristiana? Credo di sì anche se la meta dell’evangelizzazione missionaria è la fede in Cristo dentro la comunità cristiana in cammino nella storia.

 

[1] D. Vitali, Una chiesa di popolo: il sensus fidei come principio nell’evangelizzazione: H. M. Yáñez sj, cur., Evangelii gaudium: il testo ci interroga Chiavi di lettura, testimonianze e prospettive, Roma 2014, pp. 53-61.

[2] Tutto il capitolo 1 di Giovanni è costruito su questo modello di comunicazione: Giovanni il battista dice ai suoi discepoli, i quali vanno da Gesù; Andrea dice al fratello Pietro e lo porta da Gesù; Filippo, chiamato da Gesù, lo dice a Natanaele, il quale si apre all’incontro con Gesù

[3] Cfr l’istruzione Donum Veritatis della Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale contesta l’idea che «l’opinione pubblica di un gran numero di cristiani sarebbe un’espressione

diretta e adeguata del senso soprannaturale della fede»: DVer, n. 35, in EV 12, 291.

 

[4] Al rischio di identificare il soggetto del sensus fidei nei soli laici non si sottrae nemmeno il concilio, quando reduplica LG 12, che ha per soggetto la universitas fidelium, in LG 35, dove as- serisce che Cristo «adempie la sua funzione profetica fino alla piena manifestazione nella sua gloria non solo per mezzo della gerarchia, la quale insegna in nome e con il potere di lui, ma anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni e che provvede del senso della fede e della grazia della parola, affinché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale». Ma è del tutto evidente che il senso della fede non è dato ai laici in quanto tali, ma in forza del battesimo: il sensus fidei, in altre parole, non è una prerogativa di quanti non fanno parte della gerarchia, ma dell’intero Popolo di Dio, in ragione del dono dello Spirito nel battesimo

[5]. Così citato: S. Augustinus, De praed. Sanct., 14,27: PL 44,980.

[6] Il concilio Vaticano II vede il sensus fidei del Popolo di Dio come partecipazione alla fun- zione profetica di Cristo, nel quadro della triplice dimensione – sacerdotale, profetica e regale

  • del suo Questo permette di dire che esiste un legame costitutivo tra sensus fidei e Magistero, fondato sulla correlazione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale, affer- mata in LG 10: «Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quan- tunque differiscano per essenza e non tanto per grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, perché l’uno e l’altro, ciascuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo». Sulla questione, mi permetto di rimandare a D. Vitali, «Sacerdozio comune e sacer- dozio ministeriale o gerarchico: rilettura di una questione controversa», in Rassegna di Teolo- gia 52 (2011) 1, 39-60.

 

[7] «La tentazione di liquidarle, in quanto “tradizioni” e non come “Tradizione”, metterebbe a forte rischio il processo stesso della Tradizione. Nell’intento di liberare la Tradizione dalle incrostazioni umane si è forse troppo insistito sull’aspetto negativo di queste tradizioni, enfa- tizzandone la distanza dalla Tradizione divina e apostolica; ma, in realtà, la Tradizione non si dà allo stato puro, ma sempre dentro espressioni della vita di una comunità. È certamente vero che ogni realtà, anche la più santa, quando sia affidata agli uomini, deve fare i conti con il loro limite e il loro peccato; eppure questo non impedisce allo Spirito, che è l’anima della chiesa, di introdurre la comunità dei credenti a una conoscenza e a un’esperienza più pro- fonda della verità. Come a dire che, nel cammino di fede di una chiesa particolare, con tutte le sue esitazioni e contraddizioni, i suoi momenti di santità ma anche i suoi peccati, è possi- bile vedere lo snodarsi di un rivolo che attraversa la storia e ancora oggi è linfa feconda che produce frutti di vita»: D. Vitali, ««La totalità dei fedeli non può sbagliarsi nel credere (LG 12): il sensus fidelium come voce della Tradizione», in Urbaniana University Journal 66 (2013) 2, 69.