Traslazione di sant’Ubaldo, il vescovo Luciano: «La nostra vita va guardata da quassù»

Salire sul monte per imparare a guardare la vita con gli occhi di Dio. È attorno a questa immagine, profondamente legata alla storia e alla spiritualità eugubina, che il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha sviluppato la sua riflessione nella Festa della Traslazione di sant’Ubaldo, celebrata venerdì 11 settembre nella Basilica che custodisce il corpo del patrono.

La giornata di festa è stata preceduta, nella serata del 10 settembre, dalla processione della vigilia, partita dalla Cattedrale e salita fino alla Basilica sul monte Ingino. L’11 settembre le celebrazioni sono proseguite fin dal mattino con le Sante Messe, per culminare alle ore 17 nella celebrazione solenne presieduta dal vescovo Luciano.

Dalla morte di Ubaldo a una presenza che continua

Nell’omelia mons. Paolucci Bedini è partito proprio dalla morte di sant’Ubaldo, descritta come una vera «cesura» nella storia del popolo eugubino e della diocesi. Finché era rimasto in mezzo alla sua gente, Ubaldo aveva rappresentato la presenza concreta di un pastore nel quale il popolo riconosceva la premura di Dio. Anche negli ultimi giorni della malattia, gli eugubini continuavano a cercarlo, chiedendogli consigli e indicazioni e desiderando che celebrasse ancora per loro il mistero della fede.

La sua morte generò inevitabilmente smarrimento e scoramento, ma quasi immediatamente la percezione della sua presenza cambiò: Ubaldo venne riconosciuto come santo, testimone eminente dell’amore e della misericordia di Dio. Le cronache ricordano il grande afflusso di persone a Gubbio e la venerazione che circondò la sua sepoltura.

Da qui il passaggio decisivo ricordato dal vescovo: quella presenza, così preziosa per gli eugubini, non sarebbe rimasta racchiusa entro le mura della città. Nacque il desiderio di custodire il corpo del patrono sul monte, nel luogo dove sarebbe sorta la Basilica a lui dedicata.

Perché portare sant’Ubaldo sul monte?

È stata proprio questa domanda a guidare il cuore della riflessione: perché il luogo scelto per custodire il corpo di Ubaldo è in alto, sopra la città?

La risposta è stata cercata dal vescovo nella tradizione biblica, nella quale il monte è il luogo dell’incontro con Dio, della preghiera e della misericordia, lo spazio simbolico nel quale l’uomo sale per rivolgersi al Signore. Per questo, ha spiegato mons. Paolucci Bedini, il monte diventa anche il luogo nel quale custodire «le cose più importanti, le cose più belle, le cose più buone che ci sono nella nostra vita».

La Traslazione non è allora soltanto il ricordo di un avvenimento lontano. La salita compiuta dagli eugubini conserva un messaggio per il presente. Anche la processione della vigilia, ha ricordato il vescovo, obbliga simbolicamente a lasciare la città, uscire dalle mura e salire, fino a un luogo nel quale tutto richiama la presenza e la bontà di Dio.

«Impariamo a traslare» ciò che conta davvero

Da qui mons. Paolucci Bedini ha proposto una lettura particolarmente concreta della parola Traslazione. Il rischio, nella vita quotidiana, è quello di lasciare anche ciò che conta maggiormente «in basso», confuso tra tante altre cose, finendo per sottoporlo alle logiche del mondo.

Sant’Ubaldo, che dal monte continua idealmente ad attendere il suo popolo, diventa allora un invito a compiere una personale traslazione: portare ciò che è buono e vero della propria esistenza davanti a Dio, affidandolo alla sua misericordia.

«Impariamo, grazie all’aiuto del Signore, a traslare qui sul monte e comunque davanti all’altare di Dio, davanti alla sua misericordia, tutto ciò di cui davvero non possiamo fare a meno e che è dono di Dio», ha esortato il vescovo. E la prima realtà da riportare davanti allo sguardo del Signore è la vita stessa, per riscoprirne il valore e comprendere come viverla perché possa diventare «davvero buona, bella e fruttuosa».

Fede, relazioni e lavoro sotto lo sguardo di Dio

La stessa esigenza riguarda la fede, che immersa nelle occupazioni quotidiane rischia di perdere significato e colore. Dire di essere credenti, ha osservato il vescovo, non può ridursi a un’affermazione che non incide sulle scelte e sul modo concreto di vivere.

Ma davanti a Dio devono essere riportate anche le relazioni, definite nell’omelia qualcosa di «immensamente prezioso e necessario». Legami familiari, amicizie, rapporti di lavoro e vita sociale rischiano infatti di essere sacrificati agli impegni e agli interessi, mentre proprio la qualità delle relazioni costituisce una parte decisiva dell’esistenza.

Anche il lavoro, i desideri, i propositi e gli impegni assunti per il bene degli altri hanno bisogno di essere ricondotti sotto lo sguardo del Signore, perché trovino il loro giusto posto e possano portare frutto.

La Festa della Traslazione diventa così una chiave per leggere l’intera vita cristiana: ciò che viene vissuto giù, nella città e nella quotidianità, ha bisogno di essere continuamente riportato quassù, davanti a Dio, per essere custodito dalla sua grazia e vissuto secondo la sua volontà.

«La nostra vita va vista da quassù»

È questa, in definitiva, l’immagine consegnata alla comunità eugubina nella Traslazione 2026. Il corpo di sant’Ubaldo sul monte non allontana il patrono dalla sua città, ma continua a indicare agli eugubini da quale prospettiva guardare ciò che accade dentro le mura e nella vita di ogni giorno.

Nelle parole conclusive dell’omelia, il vescovo ha affidato proprio al patrono questa intercessione: sant’Ubaldo, da secoli sul monte sopra Gubbio, continui a ricordare al suo popolo che «la nostra vita va vista da quassù, va guardata da quassù, va vissuta a partire dallo sguardo di Dio».

Una prospettiva che restituisce alla Traslazione il suo significato più profondo: non soltanto salire verso sant’Ubaldo, ma imparare, attraverso di lui, a riportare tutta la vita verso Dio.

Il vescovo Luciano firma l’Albo dei Matti Onorari

Al termine della celebrazione solenne pomeridiana, la giornata ha avuto anche un momento particolarmente caro alla tradizione eugubina. Il vescovo Luciano Paolucci Bedini ha apposto la propria firma nell’Albo dei Matti Onorari dell’Associazione Maggio Eugubino, dopo aver celebrato l’Eucaristia in onore di sant’Ubaldo nel giorno della sua Traslazione.

Un’occasione attesa e particolarmente gradita, che ha completato il percorso iniziato lo scorso 16 maggio con la consegna al vescovo della “Patente da matto”, inserendo anche simbolicamente mons. Paolucci Bedini in una delle tradizioni nelle quali Gubbio esprime, con il suo linguaggio caratteristico, l’affetto e il senso di appartenenza alla città.

Gubbio | Traslazione del patrono sant'Ubaldo 2026